5 cose che (forse) non sai sul Nebbiolo

Il Nebbiolo è uno dei vitigni più caratteristici (e nobili) del Piemonte, basti pensare che è il papà del blasonato Barolo. Eppure può vantare una serie di curiosità che stupiranno anche i Wine Lovers più esperti!

Data Pubblicazione: 21/09/2018

Può sembrare strano, ma fino a poco più di vent’anni fa il Nebbiolo era per pochi. Prima della svolta del Barolo, entrato nel cuore degli appassionati di tutto il mondo allora, il Nebbiolo era visto erroneamente come un rosso troppo spigoloso e tannico per sfondare. Se vuoi conoscere a fondo un gioiello del vino italiano, scopri 5 cose che (forse) non sai sul Nebbiolo!

5 curiosità sul Nebbiolo

1 – Nel mezzo del cammin di nostra vita…

I primi documenti storici che menzionano il Nebbiolo risalgono al Medioevo

Mi ritrovai il Nebbiolo in antichi testi medievali! Pietro de’ Crescenzi lo descrive già nel 1304, all’interno del Trattato della Agricoltura (redatto in latino e tradotto successivamente in volgare). Pietro de’ Crescenzi esalta le caratteristiche di questo rosso, scrivendo tra le altre annotazioni anche questa:

“(...) fa ottimo vino e da serbare e potente molto, e non dee stare ne’ graspi oltre un dì o due”.

Il temine Nebbiolo compare l’anno prima in un contratto di affitto di alcuni terreni piemontesi; tale Guglielmo Bayamondo doveva corrispondere ai Conti Roero una certa quantità di vino l'anno, suddivisa in due diverse forniture. La prima di “moscatello”, la seconda “de bono, puro vino nebiolio”. Tutto si può dire dunque di questo vitigno, tranne che si tratti dell’ultimo arrivato!

2 – Dolce tentazione

Un tempo il Nebbiolo era vino dolce

Inutile fingere che non sia così. Un buon vino è inevitabilmente anche una tentazione: senza dubbio lo è anche il Nebbiolo, sia quando veste il proprio nome in etichetta, sia quando indossa il più pregiato nome di Barolo. In origine, però, si trattava di una tentazione… dolcissima! Proprio così: fino a metà ‘800 il Nebbiolo era vinificato dolce, e in rosato. Perché accadeva ciò? Sicuramente per un approccio ai rossi diverso da oggi: si giudicavano tali vini come troppo aspri e popolari, troppo plebei. Il vino nobile era preferibilmente bianco o rosato, dolce e mosso.

3 – Un solo vino, molti nomi

Un solo vitigno, molti nomi

Se in Piemonte il Nebbiolo ha guadagnato una fama indiscussa, che lo ha reso famoso e apprezzato in tutto il mondo, non è solo nelle Langhe che ha trovato casa. Spostandosi di latitudine, questo vitigno importante ed espressivo assume altri nomi e origina altri vini. Quali? Chiavennasca in Valtellina, Spanna tra Novara e Vercelli, Picotendro o Picotener in Val d’Aosta, mentre nel Canavese è conosciuto come Prunent. Il Nebbiolo di Dronero, chiamato anche Chatus, non ha nulla a che fare con il Nebbiolo (nome a parte): si tratta di un clone del Dolcetto, nonché della ispirata metà dell’Albarossa. insieme al vitigno Barbera.

4 – Perché si chiama Nebbiolo?

Perché si chiama Nebbiolo?

Ci sono due teorie che spiegano l’origine del nome Nebbiolo: la prima fa derivare il nome dal periodo durante il quale avviene la vendemmia di questa cultivar, vale a dire tra fine settembre e ottobre, quando in Langa iniziano a esserci le prime nebbie. Una seconda teoria attribuisce l’origine del nome alla fitta pruina che ricopre gli acini, oscurandone il colore proprio come farebbe un banco di nebbia.

5 – Un vitigno, 3 vini unici: Barbaresco, Nebbiolo e Barolo

Il Nebbiolo si fa in 3, 3 gioielli del vino piemontese!

Il Nebbiolo è uno dei vitigni piemontesi con le radici più lunghe: possono raggiungere e superare i 7 metri. Questa peculiarità consente alla pianta di estrarre dal terreno nuance articolate, complesse, e gli consente di farlo con una profondità di sensazioni che è preclusa a cultivar dalle radici sensibilmente più corte. Che cosa c’entra questo con i tre vini indicati sopra? Moltissimo, perché a seconda della posizione del vitigno tra Langhe e Roero, e a seconda di coltivazione e vinificazione si ottengono rossi dall’anima affine, ma dalle suggestioni distanti e diversissime. Prendiamo il Barbaresco, per esempio: espressioni floreali e minerali ingentiliscono l’austerità di questo rosso, seppure i tannini si facciano sentire. L’esperienza del Barbaresco differisce da quella del Barolo: quest’ultimo è molto mutevole, si ammorbidisce con il tempo e regala cenni del passaggio in legno sotto forma di evocazione di tabacco, cuoio e cioccolato. Anche il colore muta, acquisendo note color arancio. Ultimo protagonista di questo trio è il Nebbiolo Langhe, importante per gusto, colore e suggestioni. Il bouquet è persistente e articolato, con note di vaniglia e mammola. Nel finale regala tocchi eterei di melograno.

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